Appunti… Tra esperienza e conoscenze
Un operatore, un volontario, un uomo – come una madre – crea calore e indica la direzione e il compito da svolgere senza invadere i tempi dell’identità o del dolore
È una domenica d’inverno. Fa freddo, mi sveglio, ma rimango sotto le coperte ad occhi chiusi. Ascolto i rumori che vengono dalle altre stanze e immagino: mia madre che ripulisce la cenere dal camino del giorno precedente, accende il fuoco e poi la sento che prepara la colazione per me e i miei fratelli. Gesti semplici, fatti con dolcezza per non svegliarci. Appena pronto ci chiama per nome e ci avvisa che la colazione è pronta. Dopo qualche titubanza andiamo nella sala da pranzo, ci sediamo vicino al camino acceso per combattere il freddo e poi a tavola: così inizia la domenica. Mamma ci dice che dobbiamo andare a messa, dobbiamo prepararci, lucidare le scarpe con la cromatina e vestirci per bene con i vestiti che spesso cuciva lei stessa. Abbozziamo qualche piccola giustificazione infantile, lei fa finta di non sentire e noi, senza accorgercene, iniziamo a prepararci.
Un operatore, un volontario, un uomo – come una madre – crea calore, prepara da mangiare e indica la direzione e il compito da svolgere senza invadere i tempi dell’identità o del dolore nascosto in ognuno di noi.
È sempre inverno, di sera. Ricordo un giubbotto imbottito, verde militare. Mi tiene caldo, a me piace ed è anche utile. Ho appena finito la scuola elementare. Tutto è così veloce avvincente. Due sere a settimana ci incontriamo per pregare a Casa San Paolo. Siamo una ventina di persone fra ragazzi e giovani adulti. Conoscere Gesù: questo è l’imperativo!
Conoscerlo oltre i riti religiosi. Scoprirlo dentro di noi, negli altri e, soprattutto, capire la volontà di Dio su di noi. Gli incontri sono di una emotività sconosciuta. Empatia con Dio e con i fratelli. Le preghiere nascoste in fondo al cuore escono spontanee e ogni preghiera ci avvicina e ci unisce a Dio e ai fratelli.
Ci Guida una piccola suora che chiamiamo affettuosamente madre superiora. Le sue parole aprono visioni di fede e di vita. Rimaniamo colpiti dalle sue parole e dal suo modo di vivere la fede. Dio e il mondo, Dio vicino al mondo, Dio nel mondo e noi, piccole creature, protagonisti con lui del mistero divino. Semplici, fragili e imperfetti, ma suoi. Dopo la preghiera Suor Elda si fermava con ognuno di noi. Mi guardava e mi chiedeva: «Come stai Vince?».
Da quel «come stai» affioravano i nostri piccoli dolori di bambini, i sogni, i progetti. Suor Elda ascoltava e pregava, pregava e ascoltava. Creava una connessione fra la nostra vita e Gesù e tutto si svelava nitido, autentico, forte.
Un operatore, un volontario, un uomo, come una madre, ti ascolta e ti aiuta a scoprire qualità che non pensavi di avere. Ti porta nel suo cuore con l’intelligenza e la preghiera. Ti mette in connessione con l’Infinito, con l’Assoluto così da diventare forte, coraggioso, determinato e soprattutto ti aiuta a non rimanere mai solo.
Mi trovo a Lecce. Ho appena iniziato il servizio civile. È sabato e, come ogni sabato, gli accolti in fase di responsabilità convergono a Lecce per un incontro con gli educatori ed Enrica. Quel sabato viene anche la famiglia di Giuseppe. La mia attenzione è catturata dalla figlia di Giuseppe, molto malata. Aveva poco più di 11 anni. Enrica le si siede accanto e parla con lei come se fossero amiche da tanto tempo. Inizia l’incontro. Giuseppe parla della sua malattia e di quella della figlia, di come è difficile vivere con quel peso e di come lo sconforto spesso prende il sopravvento. Enrica chiede alla figlia di dire qualcosa. Marilena incomincia a parlare. Esprime maturità, consapevolezza della sua condizione, le sue parole sorprendono per la saggezza e per la forza che esprimono. Enrica di fronte a quella bambina che parla in quel modo comincia a piangere. Guardo, non riesco a capire, ma di fronte a quella situazione le lacrime sono l’unico modo per esprimere vicinanza, empatia, compassione… le persone ci sorprendono sempre e ci lasciano senza parole!
Marilena finisce di parlare, noi smettiamo di piangere, Enrica inizia a parlare. D’improvviso, in modo forte e perentorio, chiede a Giuseppe: «vuoi vivere o vuoi morire?»; più volte gli pone la stessa domanda. Rimango sorpreso. Mi sembra forte, eccessivo. Ma subito dopo capisco: il problema è il vittimismo di Giuseppe. Subito dopo anche gli altri educatori lo rimproverano per essersi lasciato andare allo sconforto e al vittimismo.
Vittimismo, giustificazioni, parole usate per ottenere compiacenza o approvazione, tutte trappole che vanno disinnescate con forza e fermezza; quella domanda di Enrica sgombra tutte le trappole e rimette sui binari del cammino… «Vuoi Vivere o vuoi morire?».
Un operatore, un volontario, un uomo, come una madre, piange con i più piccoli, riconosce le scuse e senza perdersi d’animo riconduce tutto alla vita. Scompaiono così i meccanismi contorti e le nuvole di foschi presagi inquinati da una emotività malata, che tutti dobbiamo curare. Non solo Giuseppe deve rispondere, ma tutti dobbiamo lottare per vivere fino all’ultimo istante.
Qualche settimana fa – come purtroppo capita spesso ultimamente – non mi sentivo bene. Stanchezza, dolori, difficoltà a concentrami. Non ce la faccio a rispondere al telefono. Mi chiama la madre di Michele, ma non riesco a rispondere. Dopo ripetute chiamate mi manda un messaggio stizzito: «grazie per avermi risposto». Non le rispondo, ma per un po’ quel messaggio mi rimane nella testa. Ho sbagliato, ma non ce la faccio proprio! Sicuramente questa mamma ha un’emergenza. Ma non riuscivo a trovare le forze per risponderle.
Dopo qualche settimana mi ritorna in mente quella risposta arrabbiata e la chiamo. Appena mi presento, scoppia in lacrime e piangendo si scusa per quel messaggio e per essere stata sgarbata. Si scusa e mi ripete che è disperata per la situazione di Michele. Pianto e disperazione.
Mi scuso anch’io, spiego il mio difficile periodo. Lei capisce, si scusa ancora e incomincia a raccontarmi l’ultimo periodo di Michele. Un figlio difficile, incontrollabile, per alcuni irrecuperabile. Lo aveva denunciato, era stato arrestato e si disperava per questa decisione. Una tempesta emotiva, solo per il fatto di voler essere una madre fino in fondo. Ho sentito dire spesso, e in maniera sbrigativa: «è psichiatrico», come se fosse una condanna senza speranza. Penso alle madri di bambini disabili che non si arrendono alla malattia e moltiplicano il loro amore verso i figli. L’amore forse non guarisce ma certamente cura.
Un operatore, un volontario, un uomo, come una madre, comprende le difficoltà delle altre madri le accoglie, ne condivide il dolore, cerca di consolare.
Mi dice: «che potevo fare Vincenzo? Mi stava morendo!». Ripete questa frase e io cerco di rassicurala, di pensare a come aiutarlo, che bisogna lottare e sperare, sempre. Un madre deve essere sempre fedele al proprio figlio fino alla croce.
Ho conosciuto Giorgio più di dieci anni fa. Era un ragazzo di 17 anni con gli occhi brillanti, lo accompagnava la madre. Mi colpì il suo modo di parlarmi della sua esperienza con la droga in modo diretto e sincero, diverso da quello degli adulti sempre vago e caotico. Giorgio mi colpì per la sua determinazione a smettere. La madre lo sosteneva, ma era consapevole che doveva affidarlo a qualcuno che se ne prendesse cura. Ascolto Giorgio, è un fiume in piena, una fame insaziabile di affermazione sociale, un’ammirazione smisurata per il padre, un desiderio profondo di essere gratificato. Finisce il suo percorso. Tutto va bene per alcuni anni. Matrimonio, figlia, lavoro, benessere. Poi il demone della droga torna devastante, più distruttivo che mai. Stavolta è il padre che me lo riporta. Giorgio è più ammaccato, deluso. Si insinua il dubbio di non farcela. Il precedente legame affettivo si era consumato. Lentamente ricomincia una nuova scalata. Fa più fatica, ma riesce a raggiungere la meta. Anni di serenità, un nuovo legame affettivo, un altro figlio.
La strada della maturità, però, è impervia, ricade un’altra volta e questa volta la discesa è senza freni né paracadute. Mi chiama: «sono in ospedale, ho appena avuto un infarto». Lo sento in stato confusionario. Mi racconta che è ricoverato, che ha esagerato, che prende una vagonata di farmaci e che si sente come un cretino. Lo scongiuro di farsi aiutare.
Nei miei lunghi silenzi ospedalieri penso a lui e alle persone fragili. Non posso fare niente, prego per lui. Non c’è colpa nell’essere fragili – mi dico – l’unica colpa che vedo è quella di non saper chiedere aiuto. Sono passati alcuni mesi, sogno spesso le persone che ho conosciuto. E ogni volta aggiungo una preghiera per loro e per i loro cari, perché l’amore e la vita torni al primo posto nella capacità di superare e stravolgere le logiche egocentriche ed egoistiche.
Chiamo la madre di Giorgio al telefono e lei quasi piange. «Vincenzo – mi dice – stavo pensando a te mezz’ora fa e tu mi hai chiamato, che strana coincidenza o forse…», senza fermarsi mi racconta di Giorgio che è in un’altra Comunità, che sta lottando, che aveva chiesto di me e di come stavo. È un fiume in piena. Mi sono sentito consolato. Mi sono ricordato di quel ragazzo di 17 anni, di sua madre e di tutte quelle madri che lottano per anni per la vita dei loro figli.
Un operatore, un volontario, un uomo, come una madre, non si arrende davanti all’errore, alla ricaduta e al fallimento, ma lotta con il figlio fino al giorno in cui il figlio ricomincia a volare con le sue ali.
Anche io, ormai malato da lungo tempo, quando sono uscito dall’ospedale mi sono reso subito conto che non avrei potuto fare quello che facevo prima. Questo pensiero mi appesantiva e non mi lasciava sereno. Ho provato a continuare il mio servizio per la cura delle dipendenze nella Comunità Emmanuel, ma quando il corpo non è più in grado di seguire gli impegni e la volontà non basta, bisogna avere l’umiltà di ascoltarlo e di rispettarlo.
In questo lungo percorso di accettazione della mia nuova condizione, tante volte, mi sono interrogato sul futuro degli accolti e dei servizi per la cura delle dipendenze. Quale evoluzione avranno le Comunità? Molte Comunità hanno chiuso, molte altre si sono rinnovate, altre si sono specializzate. Certamente ci troviamo in un momento di grande cambiamento.
Una risposta, che è emersa prepotente, mi è venuta dall’esperienza di quest’ultimo anno. In quest’ultimo anno ho vissuto l’esperienza della gioia di alcune persone che mi sono care e che mi hanno comunicato di aspettare un figlio. Questi figli, poi, sono nati, li ho conosciuti, li ho presi in braccio. Queste nascite mi hanno dato tanta consolazione e hanno detto al mio cuore: «il futuro appartiene a loro. Francesca, Leonardo, Diego Maria, Cristian. Questi bambini ci chiedono di essere madri indipendentemente dal nostro sesso».
Essere madre è la risposta alla domanda di cura che emerge sempre più urgente dal mondo giovanile, ma anche dal mondo degli adulti.
Penso a quella Giovane Donna alla quale un angelo dice: «Sarai Madre!» «Come è possibile? –Risponde Lei – Non conosco uomo» (Lc 1, 34) ma poi risponde: «Eccomi… avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,37).
Penso che a ciascuno di noi venga detto: «Sarai madre!».
«Sarai madre!»…
Ho visto molte madri tirarsi indietro, ho visto molti uomini provare ad esserlo con dei “sì condizionati” e tanti altri confusi dalle spire dell’egocentrismo e dell’efficientismo, ma ho visto anche tanti uomini e donne donarsi generosamente, senza tornaconti, pieni solo della gioia di aver pronunciato quel sì. Quei bambini che ho conosciuto fioriscono alla vita in maniera meravigliosa, e prego che nel loro percorso incontrino “tante madri” che insegnino loro a vivere, e ad agire come farebbe una madre con i suoi figli!

