All’indomani della VII Conferenza sulle Dipendenze
Ora occorre: tradurre in atti concreti i temi trattati; i Ministeri: fare quanto è di loro competenza, e le Regioni adoperarsi per una reale operatività sui territori.
Da sinistra: Daniele Ferrocino, Carlo Ginosa, Vincenzo Leone
Membri del Coordinamento del Servizio per le Dipendenze
La VII Conferenza Nazionale sulle Dipendenze è stata senza dubbio un successo. Per molti versi non ci si poteva attendere di più di quanto emerso nelle due giornate di lavoro. In primis va sottolineata la presenza delle più alte cariche dello Stato: dal Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio, al Presidente della Corte Costituzionale. Se a questo si aggiunge che i lavori hanno visto la piena partecipazione dei vari Ministri e Ministeri interessati (Sanità, Interno, Giustizia, Lavoro e Politiche Sociali, Istruzione, Università, Economia e Finanze…), si può ben capire che non si poteva certo pretendere di più. Tuttavia nel suo discorso conclusivo, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, a cui pure va il merito della perfetta riuscita della Conferenza, ha dovuto ricordare che il Dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze – la struttura operativa che ha organizzato l’evento – non è un “superministero”.
Questa precisazione serve a mettere in luce che la traduzione in atti concreti dei temi trattati in Conferenza, necessiterà, per un verso, del lavoro di coordinamento da parte del Dipartimento, ma, per altro verso e, soprattutto, della disponibilità dei vari ministeri interessati a fare ciascuno quanto di propria competenza. Né poi si può dimenticare che un ruolo rilevantissimo lo avranno le Regioni a cui spettano le principali competenze soprattutto per quanto concerne le politiche sanitarie e sociali. Da questo punto di vista, va rilevato che la presenza delle Regioni in Conferenza non è stato particolarmente significativo, per cui, se è vero che il Governo ha fatto uno sforzo non indifferente nell’incrementare le risorse da impegnare nei servizi e nel definire le linee strategiche da implementare, resta altrettanto innegabile che ora dovranno essere le Regioni a fare la loro parte per tradurre il tutto in concreta operatività nei territori.
Per quanto si possa essere soddisfatti degli esiti della Conferenza, rimane dunque necessario un atteggiamento di prudenza e vigilanza per non vanificare poi nei fatti quanto prospettato in quella sede. Non si può infatti dimenticare – e numerosi interventi lo hanno evidenziato a più riprese – che allo stato attuale in molti territori non sono ancora garantiti i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Non a caso uno dei principali temi di discussione ha riguardato la governance multilivello del sistema dei servizi, da declinarsi sia a livello centrale nei rapporti fra i ministeri, sia a livello territoriale per coordinare e armonizzare le traduzioni delle politiche nazionali da parte delle Regioni, sia a livello locale in merito all’integrazione dei servizi pubblici e del terzo settore accreditato all’interno dei Dipartimenti per le Dipendenze Patologiche nelle aziende sanitarie locali.
Proprio su questi Dipartimenti e sui rapporti con i Dipartimenti di Salute Mentale si è a lungo discusso, giungendo infine alla conclusione che rimane opportuno che tali dipartimenti operino ciascuno con propria operatività organizzativa e finanziaria, pur coordinandosi fra loro per le ben note aree di intersezione soprattutto relativamente ai soggetti affetti da comorbilità. Il sistema integrato incentrato sui dipartimenti per le dipendenze patologiche dovrebbe assumere alcuni specifici obiettivi di miglioramento e implementazione dei servizi offerti relativamente a:
capacità di “agganciare” precocemente le persone affette da disturbo da uso di sostanze o da dipendenza: oggi mediamente chi ha problemi si rivolge ai servizi dopo circa 10 anni dal momento in cui ha iniziato la propria esperienza critica, con la conseguenza che i servizi hanno in carico non più del 20% delle persone con problemi di dipendenza. Ciò potrebbe avvenire attraverso una diffusione su tutto il territorio nazionale dei Servizi Multidisciplinari Integrati (SMI) – oggi presenti solo in Lombardia – e dei servizi specialistici di pronto intervento ad accesso diretto (Centri Crisi o Centri di Pronta Accoglienza);
evoluzione dei servizi per renderli capaci di operare sia sulle piazze virtuali che nei luoghi fisici ove più direttamente ed immediatamente emergono i fenomeni legati alla diffusione delle sostanze o alle altre forme di dipendenza comportamentale. Non a caso nella Conferenza per la prima volta si è parlato esplicitamente di gioco d’azzardo patologico, di gaming e di dipendenze digitali;
valorizzazione delle innovazioni e delle sperimentazioni attuate in molti dei servizi del terzo settore accreditato dediti alla prevenzione e alla cura delle dipendenze. Purtroppo, il sistema attuale privilegia procedure amministrative gestite in maniera rigida e formale dalle tecnostrutture regionali e dagli organi di controllo che spesso dimenticano che l’accreditamento dovrebbe essere un sistema per stimolare la qualità e l’efficacia delle prestazioni e non un meccanismo formale di controllo della spesa;
personalizzazione degli interventi di cura, considerando la persona con dipendenza come qualsiasi altra persona con una patologia cronica e recidivante. Il che, fra l’altro, implica che per il medesimo soggetto possono essere necessari più servizi e interventi (alcuni di tipo ambulatoriale e territoriale, altri di tipo residenziale e intensivo) in momenti differenti e che gli esiti dei singoli servizi e interventi non possono essere valutati solo in base al fatto che la persona sia definitivamente “guarita” (ossia non usi più sostanze o si sia liberata dalla sua dipendenza comportamentale).
Quest’ultimo punto si collega anche ad un altro dei temi ampiamente dibattuti e relativo alle modalità di raccolta e di elaborazione dei dati. Attualmente la mole di dati raccolti è davvero enorme, tuttavia mancano le uniformità e le standardizzazioni necessarie per far sì che questi dati si rivelino veramente utili sia ai decisori politici che per finalità di analisi e ricerca. Sistemi di raccolta differenti risultano non interoperabili, cosa che implica a cascata il numero molto limitato di elaborazioni in grado di restituire una lettura chiara dei fenomeni in essere e delle loro evoluzioni nel tempo. Uno specifico gruppo di lavoro all’interno della Conferenza è stato chiamato a delineare possibili strategie per sanare le principali anomalie che impediscono al complesso dei servizi esistenti di configurarsi come un grande sistema per la raccolta, l’elaborazione e la restituzione dei dati rilevanti.
Questo vulnus è particolarmente grave se si considerano due degli aspetti più rilevanti emersi negli ultimi 20 anni: per un verso è cresciuto a dismisura il numero delle sostanze psicotrope di facile reperibilità – di alcune delle quali, per altro, non si conoscono ancora compiutamente gli effetti collaterali e i danni a medio-lungo termine – per altro verso sono emerse una miriade di evidenze scientifiche che potrebbero ulteriormente essere analizzate e approfondite al fine di tradurle in percorsi di cura ancora più efficaci e personalizzati.
Altrettanto grave, al riguardo, è il sovraffollamento delle strutture penitenziarie ove sono presenti un numero cospicuo di persone con problemi di disturbo da uso di sostanze e/o con dipendenza patologica e o con procedure penali legate allo spaccio di droga. La raccolta di dati fra i detenuti è particolarmente complicata e spesso inquinata dall’intrecciarsi delle problematiche legali con quelle sanitarie. Anche per questo, in seno alla Conferenza, un apposito gruppo di lavoro è stato dedicato specificatamente al tema “carcere” che, fra le altre cose, ha messo in evidenza la necessità di una rivisitazione complessiva del Testo Unico sulle Droghe risalente al 1990 (DPR 309/90).
Particolarmente significativo è stato poi il fatto che tutti i gruppi di lavoro hanno evidenziato la necessità di investire di più sulla formazione degli operatori dei servizi: al riguardo il Ministro Bernini e il Sottosegretario Mantovano hanno preso l’impegno di istituire una disciplina in Clinica delle Dipendenze con relativa scuola di specializzazione rivolta a medici e psicologi. Necessitano invece di ulteriori approfondimenti i percorsi formativi proposti per altre figure sanitarie e socio-educative e per gli operatori “peer”.
Resta poi un aspetto che, forse, avrebbe meritato maggiore attenzione in sede di Conferenza. In effetti molte delle discussioni sono state incentrate prevalentemente assumendo il “punto di vista” dei servizi esistenti (SERR.D e Terzo Settore accreditato, in primis), ma scarso rilievo è stato dato invece alla necessità di dare spazio e attenzione a chi il problema lo vive in prima persona. Una questione cruciale rimane sempre quella di far sì che le “prestazioni riconosciute” non siano così “ingessate” dalla burocrazia e dalle formalità amministrative, fino al punto da far perdere di vista la centralità della relazione di aiuto, unica vera arma che permette di affrontare le sfide delle dipendenze patologiche.
Non deve sorprendere, allora, che alcune reti del privato sociale hanno organizzato in contemporanea una “contro-conferenza” che ha preso in esame anche le impostazioni “anti-proibizionistiche”. La cosa non ha avuto però ripercussioni sui lavori promossi e coordinati dal Dipartimento presieduto dal Sottosegretario Mantovano che hanno invece permesso un confronto aperto a 360° e che hanno portato a proposte che, se adeguatamente tradotte in coerenti azioni politiche, potrebbero aprire una nuova stagione di progettualità concreta per il contrasto delle droghe e delle dipendenze patologiche.
Daniele Ferrocino

