Dio visita l’umanità

In alcuni momenti della storia, quando le situazioni appaiono intricate e i problemi sembrano insolubili, sorge spontaneo un pensiero: Gesù dovrebbe venire un’altra volta.

Autore: padre Domenico Marafioti sj

Il tempo attuale sembra proprio uno di quelli, perché il male dilaga a livello pubblico nelle guerre inarrestabili, sanguinose e feroci, e a livello privato nei delitti orrendi perpetrati con cattiveria e crudeltà.

Noi sappiamo che Gesù verrà una seconda volta alla fine dei tempi per stabilire il Regno di Dio nella giustizia e nella pace. Non viene invece nel corso del tempo, e in particolare non viene quando desidereremmo noi. Siccome però lui ci vuole bene, non lascia inascoltato il nostro desiderio e manda i santi che sono i suoi rappresentanti. Ognuno di loro ha “ricopiato” Cristo nella sua vita e, per la sua parte, lo può rendere presente in ogni generazione.

Da questo punto di vista bisogna dire che noi siamo piuttosto privilegiati, perché gli ultimi Papi hanno elevato agli onori degli altari molti uomini e donne di ogni condizione, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, padri e madri di famiglia, giovani e ragazzi. La fede ci dice che anche nel nostro tempo il Signore sta preparando i suoi santi, messaggeri del suo amore e portatori di speranza per gli uomini disorientati.

Per il 2025 Papa Francesco ha indetto il Giubileo della Speranza. Con l’indulgenza offerta a tutti, piccoli e grandi, specialmente ai peccatori, il Giubileo è un’occasione per crescere nella vita cristiana e nella santità. Da diversi anni ci troviamo immersi nella secolarizzazione in cui tanti si allontanano da Dio e dalla Chiesa, ma questo non ha portato bene all’umanità. I singoli e i popoli non sono vissuti secondo le qualità autentiche della natura umana, ma piuttosto secondo le comuni passioni dell’uomo decaduto, dove i singoli cercano il proprio interesse e mettono in evidenza il loro lato peggiore, mentre l’individualismo spinge gli egoismi allo scontro fino alle conseguenze estreme. I gruppi si contrappongono in modo irriducibile, e invece di cercare il bene comune, pensano a gestire i conflitti in vista del potere. Il Giubileo però invita ad avere speranza, perché “la speranza non delude” (Rm 5, 5). Bisogna perciò sperare per tutti. Se il peccato dei singoli e dei popoli è orrendo e immenso, la misericordia di Dio è inimmaginabile e infinita. Posso sperare anch’io.

Due santi giovani

Anche oggi infatti ci sono i santi, e Papa Francesco ha annunciato che in questa occasione proclamerà la santità di due giovani simpatici già beati: Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, il primo nel Giubileo degli Adolescenti, il secondo in quello dei Giovani. Vale la pena ricordare qualcosa della loro vita.

Caro Acutis (1991-2006) muore a 15 anni, nel fiore della sua adolescenza. Dal punto di vista umano aveva tutto quello che un ragazzo poteva desiderare, ma lui desiderava soprattutto l’amicizia di Gesù e la vita del cielo. Molto presto ha capito il primato di Dio nella sua giovane esistenza, perciò diceva: «Non io, ma Dio». Sapeva che Lui non è invadente, anzi vuole il nostro bene, e osservava: «Dio fa di ognuno di noi un originale, ma alcuni si accontentano di essere una fotocopia», intendendo dell’opinione comune. Aveva un grande amore per l’Eucaristia e la considerava la sua “autostrada verso il cielo” dove voleva arrivare presto.

Appena ha potuto fare la comunione, ha cominciato a riceverla ogni giorno in parrocchia e sostava volentieri in adorazione davanti al tabernacolo. Questo amore si è manifestato pure nel raccogliere in una mostra telematica tutti i miracoli eucaristici conosciuti. In questo si vede la sua qualità di ragazzo moderno dell’era digitale: sapeva usare il computer come pochi. Amava molto la Madonna e in suo onore recitava il Rosario: in modo scherzoso e con linguaggio giovanile lo considerava «la mezz’ora più galante che passo con l’unica Donna della mia vita». Andava a scuola, studiava, aiutava i compagni più lenti, partecipava alle iniziative formative parascolastiche, era gentile con tutti. Nelle discussioni che si facevano in classe, quando alcuni si esprimevano secondo la cultura neo-pagana dei media, non aveva paura di presentare le posizioni della fede cristiana. Utilizzava i suoi risparmi per aiutare i poveri, a cui portava cibi caldi la sera con la sua bicicletta. Sapeva che sarebbe morto presto, quando avrebbe raggiunto 70 kg di peso, cioè al centro della propria crescita di adolescente. Lo lasciò detto in un video sorridendo, infatti non aveva né paura né rimpianti, perché sapeva che Qualcuno lo aspettava. È morto in pochi giorni di leucemia fulminante, nella malattia non si è mai lamentato, ha offerto la sua vita per il Papa, per la Chiesa, per Gesù, per scontare i peccati sulla terra e andare più presto in Paradiso. Sarà canonizzato il 27 aprile 2025.

Pier Giorgio Frassati (1901-1925) è un giovane universitario un po’ più grande, morto a 24 anni. Era nato a Torino in una famiglia dell’alta borghesia; suo padre aveva fondato il giornale La Stampa e sua madre era una pittrice affermata. Ma lui si trovava a disagio in questo ambiente dove c’era molta cultura e poca fede. Difatti nei primi anni di scuola ha avuto alcuni insuccessi. Forse anche per questo i suoi genitori non lo stimavano molto e lui soffriva sempre di questa incomprensione. Solo la sorella Luciana gli è stata vicina ed è stata capace di comprendere la profondità spirituale del suo animo.

Le cose per lui sono cambiate quando ha cominciato a frequentare l’Istituto Sociale diretto dai gesuiti, dove ha trovato buoni insegnanti e un direttore spirituale che gli ha permesso di crescere nella fede e nella preghiera, valorizzando i doni di natura e di grazia per fare del bene. Gli studi sono andati tanto bene, che ha potuto iscriversi a ingegneria mineraria nel prestigioso Politecnico di Torino, dando regolarmente gli esami. Alla sua morte gliene mancavano solo due per la laurea, e nel 2001 il senato accademico, considerando il suo profilo umano e il suo impegno di studente gli ha conferito la Laurea ad honorem.

Ha vissuto la normale vita accademica frequentando i corsi e partecipando a vari gruppi giovanili, come l’Azione Cattolica, la FUCI, la San Vincenzo, ha vissuto pure una breve esperienza politica iscrivendosi al Partito Popolare di don Sturzo. In questi molteplici contatti ha avuto modo di testimoniare la sua fede in ambienti ormai imbevuti di laicismo e marxismo; e il suo amore per la verità si è concretizzato nell’aiutare altri a liberarsi dall’opinione dominante. Ha sentito il fascino dell’affetto per una ragazza, a cui ha rinunziato per non creare problemi ai genitori che non gradivano una persona di rango inferiore.

Aveva una grande passione per l’amicizia e una grande capacità di aggregazione, a tutti trasmetteva allegria unita al senso dell’umorismo. Così ha fondato il gruppo dei “Tipi loschi”, in cui ci si chiamava con titoli buffi inventando storie piene di situazioni paradossali per ridere e stare allegri. Il programma invece era serio, si trattava di vivere in amicizia e allegria, coltivando preghiera e vita di fede, che tutti si aiutavano a realizzare giorno per giorno. Diceva sempre «Ogni cattolico, avendo Dio vicino e la promessa del paradiso, non può non essere allegro». Amava lo sport, soprattutto le scalate in montagna con gli amici. È noto il suo motto “Verso l’Alto”: non solo verso le cime delle Alpi, ma soprattutto l’Alto di Dio e delle realtà spirituali. «Vivere senza una fede – diceva – non è vivere, ma vivacchiare». Amava Gesù e i poveri, che andava a trovare nelle soffitte o nei casolari di periferia, e per loro spendeva la maggior parte dei suoi soldi. A loro portava di tutto, dai cibi, alle medicine, al carbone per riscaldarsi. È nota la sua frase: «Gesù mi fa visita ogni mattina nella comunione, e io gliela restituisco come posso visitando i poveri». I poveri stessi gli hanno restituito la visita insieme agli amici la sera dei suoi funerali, quando hanno riempito la chiesa fino alla strada. Il padre a quella vista ha dovuto riconoscere con amarezza e rimpianto: «Io non ho conosciuto mio figlio!». Ciò che conosciamo di lui lo dobbiamo alla sorella, che ne ha conservato la memoria e ha fatto conoscere nella Chiesa le ricchezze del suo animo. Sarà canonizzato il 3 agosto 2025.

I santi sono la presenza di Dio nella storia

Tante altre cose si potrebbero raccontare di questi due e altri santi giovani e meno giovani, perché nella Chiesa siamo tutti «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2, 19).

Nei santi riconosciamo la presenza di Dio nella storia. Dio viene a visitare il suo popolo e si prende cura di tutti per dare a tutti la possibilità di raggiungere la felicità eterna. Noi restiamo stupiti davanti al suo grande amore per l’umanità.

Il Verbo eterno, dopo che ha assunto la natura umana nel seno della Vergine Maria, non l’ha più abbandonata. L’ha resa visibile nella nascita a Betlemme, le ha permesso di crescere e svilupparsi a Nazaret, l’ha utilizzata nella vita pubblica per far capire il messaggio del Vangelo, l’ha offerta sulla croce per la salvezza del mondo, e nell’ascensione l’ha introdotta nel seno del Padre.

Ma, salendo in cielo, non ha abbandonato la terra, e ora si rende visibile nei suoi santi, che sono come il prolungamento della sua incarnazione. Ogni santo è stato attratto da un aspetto particolare delle infinite perfezioni di Cristo. Mentre viveva quaggiù non si vedeva apertamente la sua santità, che rimaneva nascosta come nella vita di Nazaret. Nella maggior parte dei casi si è rivelata al momento della morte, dove tanti hanno manifestato gli aiuti ricevuti e hanno dato testimonianza della sua bontà e delle sue virtù. E Dio stesso la mette in evidenza con le grazie e i miracoli che compie per la loro intercessione.

Se questo è il mistero della santità, possiamo guardare con occhi nuovi Gesù Bambino che nasce per restare con noi. Tra tanti bei nomi ricordiamo che si chiama anche Emanuele, Dio-con-noi. Egli è l’unico salvatore, e prolunga in molti modi la sua presenza nei santi. Proprio perché opera santificando i peccatori, si vede che è presente nel tempo. Si tratta di aprire gli occhi della fede e riconoscerlo operante accanto a noi e per noi.

Lui ci ama e vuole restare con noi per spiegare che il Vangelo da lui predicato rende bella la vita umana, com’è bella la vita dei santi che noi ammiriamo. Loro sono vissuti tra noi in modo ordinario, facendo quasi le stesse cose che ognuno di noi fa, aggiungendo solo le opere dettate dal cuore amante che ha ascoltato le parole e l’invito di Gesù: «Vi chiamo amici… Rimanete nel mio Amore!» (Gv 15, 9-15).

Questo invito ha attraversato i secoli ed è stato accolto da tanti; ancora oggi riecheggia nella nostra generazione da ogni tabernacolo, dal volto dei Testimoni e dai segni sparsi lungo il cammino… Basta ascoltare, “vedere”, corrispondere.



Padre Domenico Marafioti SJ

Nasce a San Procopio (RC) nel 1945.
Entra nella Compagnia di Gesù nel 1964 e viene ordinato sacerdote nel 1974.

Si laurea in Lettere Classiche presso l’Università di Napoli e consegue successivamente, a Roma, il Dottorato in Teologia Dogmatica.

È stato Preside e docente di Teologia dei Sacramenti presso la Sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, a Napoli.

Da novembre 2021 è trasferito a Lecce, presso la Comunità Emmanuel.

È autore di numerosi articoli e pubblicazioni.

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